EDITORIALE

COME MISURARE LA POESIA? 

Per quale motivo, a una mostra fotografica, nessuno si prefigge di stabilire se quella data foto sia realistica? Anzi, come mai proprio le foto che meno hanno a che fare con la realtà, le più evocative, le più suggestive, vengono considerate dei capolavori? Perché se da uno scorcio di una città ripresa da una collina, dove le ultime case in fondo, ai confini stessi dell’urbanizzazione, risultano sfocati e per niente intellegibili, non si grida alla mancanza di definizione?

Eppure una foto è una foto! Ovvero è la ripresa della realtà.

Evidentemente, non esiste un risultato oggettivo a cui tendere. O meglio, esiste se decidiamo che questo sia uno dei parametri con cui possiamo giudicare l’opera di un fotografo. Vediamo quanto, questo tizio, con quella data macchina, riesce a rivaleggiare con la realtà. Ma è uno fra i mille parametri con cui costruiamo la nostra stima per lui… È ovvio che le odierne macchine fotografiche, volendo, possono offrire capacità di risoluzione vertiginose. Gli ingegneri che le progettano si avvarranno sicuramente di misure adeguate a capire se stanno andando nella direzione giusta. Eppure, non esistono, volendo fare i pignoli, due macchine fotografiche che scattino allo stesso modo la stessa immagine… Il grande fotografo però è quello che aggiunge significato, simbolo, dignità alla sua riproduzione della realtà. Spesso distorcendola e piegandola ai suoi voleri per ottenere più verità del vero…

È chiaro che comunque dovrà muoversi nell’ambito della riconoscibilità dei soggetti, anche minima, altrimenti si entra nel campo dell’astratto e li allora la fotografia inizia ad invadere il campo di altre arti figurative, per cui perde l’originaria funzione consistente nella capacità di catturare ed eternare la realtà.

Ora, mi chiedo, come mai invece nel nostro campo, si pensi che le prestazioni di un’apparecchiatura audio debbano non solo essere oggettivizzate ma, addirittura, misurate!

Ovvero si pretende che il parametro per eccellenza sia l’assoluta sovrapponibilità della riproduzione all’evento reale. Senza avere assistito all’evento reale, senza sapere fondamentalmente nulla di quell’evento, nella stragrande maggioranza dei casi.

Scrivo tutto questo perché, come leggerete nella rubrica della posta, è in corso un interessante dibattito sull’evidentemente ancora acerba capacità critica in merito alle prestazioni di una catena hi-fi, sulle filosofie fondanti, sull’oggettività dei risultati ottenibili. È un argomento che da anni ci vede impegnati, corroborati dai preziosi articoli di Lorenzo Zen, a difendere posizioni che privilegiano il rispetto delle più intime aspirazioni di ogni singolo appassionato. Che, in un range ristretto di possibili variazioni rispetto a un ipotetico ideale (che tutti citano ma nessuno in realtà conosce…), range che non può e non deve sfociare nell’approssimazione o, peggio, nel my-fi, riconosce alle misure il solo, mero e irrinuciabile (a scanso di prodotti palesemente sbagliati e sballati che comunque mai troverebbero spazio sulle nostre pagine) dato di controllo tecnico.

E giammai l’ultima parola sulla bontà del suono offerto.

Onde evitare una massificazione sonora (peraltro, ahimé, già massicciamente in corso) che privi gli appassionati della possibilità di costruire un sistema corretto ed equilibrato ma, invariabilmente e sacrosantemente, informato all’unico criterio che davvero conti: l’anima e il cuore di chi ascolta. 

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