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EDITORIALE
C.A.C. (Comitato per l’Abolizione del Clamp)
Il mese scorso, subito dopo aver restituito tutti i prodotti in prova che avevo nella mia sala d’ascolto personale in vista delle sacrosante ferie, mi sono guardato finalmente intorno. Sugli scaffali decine di nuovi compact disc ancora sigillati, il frigo stracolmo di birre, sul divano una cuccuma di noccioline. Mi sono rilassato, seduto sul divano (vicino alle noccioline), e ho cominciato a scartare alcuni fra i più misconosciuti (e dannatamente intriganti) dischi di Kraut Rock e jazz contemporaneo.
Non sono mai stato capace di liberare il compact disc dalla sua pellicola protettiva e non sono mai riuscito a trovarne la linguetta, per questo l’ho sempre strappata in mille piccolissimi, volatili pezzi, moltiplicandone un milione di volte l’ingombro. Per giunta i dischi arrivati dagli Stati Uniti sono chiusi con una terrificante striscia di uno scotch talmente robusto e appiccicoso che sarebbe capace di fermare uno Shuttle.
Dopo un po’ alla mia destra ho un mucchio di cellophane informe, cascaticcio, spettralmente tenuto insieme da piccoli brandelli del temutissimo scotch e alla mia sinistra circa sessanta compact disc che emanano un virginale odore di nuovo, di intonso, di inascoltato. Decido così di porre all’interno dell’apposito vano del mio lettore digitale il disco “II” degli Amon Düül che anni prima avevo consumato nella versione in vinile.
Poggio il dischetto sull’apposito supporto della meccanica (il platorello!) e compio il solito gesto che da circa cinque anni, dieci volte al giorno, tutti i giorni compresi i festivi (specialmente i festivi), svolgo con amore. La mano destra si china a raccogliere il clamp che da cinque anni, dieci volte al giorno compresi i festivi, si trova sul telaio superiore del lettore, tre o quattro centimetri distante dalla buca della meccanica. La medesima mano si richiude su sé stessa, vuota.
Un lampo accecante attraversa la mia mente e lascia un solo, straziante, pensiero: dov’è il clamp? Comincio a guardarmi intorno in maniera sempre più agitata finché, nella speranza di trovarlo sotto il mucchio degli involucri lasciati sul divano, spargo per tutta la stanza due metri cubi di cellophane ridotto a brandelli piccolissimi che, una volta atterrati, mi si attaccano alle suole delle scarpe, al tappeto, al pavimento. Nel delirio ipercinetico frutto della sgangherata ricerca, una luce sempre più flebile, ovvero ciò che rimane della mia ragione, si spegne. Cerco il clamp perfino nella zuccheriera del tè della mattina, in bagno, nel letto…
Per un attimo mi attraversa l’idea di praticare una lastra ai miei due cani onde verificare eventuali ingestioni accidentali e subito dopo quella di cercare in giardino tracce dello stramaledetto clamp nelle loro, numerosissime, pallocchine residuali. Tutto ciò per non volere, ostinatamente, guardare in faccia la realtà: il clamp è senza dubbio dentro qualche imballo che potrebbe essere, letteralmente, in qualsiasi parte d’Italia. È venerdì, l’ultimo venerdì di lavoro di importatori, distributori, corrieri espressi, preti. È finita. Chiudono per ferie anche il buonsenso e il decoro, sono spacciato. Starò senza impianto per il resto del mese. Per fortuna dieci giorni di ferie li farò anch’io…
Sfinito e disperato raccolgo l’immane quantità di cellophane, lo sistemo alla meglio e lo riappoggio sul divano. Inconsapevolmente devo aver impresso una forma lievemente antropomorfa all’orribile, arruffato, enorme pallocco. Sedendomici accanto ho avuto come l’impressione che mi compatisse, abbassando lievemente la testa, mentre con la mano (?) mi sfiorava la gamba.
È di nuovo crollato a terra, lasciandomi solo nel più assordante dei silenzi.
Per questa atroce esperienza, che non auguro neanche al peggiore aguzzino, ho deciso di fondare il Comitato per l’Abolizione del Clamp.
Contatterò costruttori, distributori, amici appassionati e raccoglierò le firme per accelerarne la fine. Viva la Musica.
Abbasso il clamp!






