FEDELTA’ DEL SUONO #267 – Marzo 2018

IL MIO CANTO LIBERO…

 

I GIARDINI DI MARZO

 

Il carretto passava e quell’uomo gridava “gelati!”

Al ventuno del mese i nostri soldi erano già finiti

Io pensavo a mia madre e rivedevo i suoi vestiti

Il più bello era nero e coi fiori non ancora appassiti

All’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri

Io restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli

Poi sconfitto tornavo a giocar con la mente e i suoi tarli

E la sera al telefono tu mi chiedevi: “perché non parli?”

 

Che anno è, che giorno è?

Questo è il tempo di vivere con te

Le mie mani, come vedi, non tremano più

E ho nell’anima…

In fondo all’anima cieli immensi, e immenso amore

E poi ancora, ancora amore, amor per te

Fiumi azzurri e colline e praterie

Dove corrono dolcissime le mie malinconie

L’universo trova spazio dentro me

 

Ma il coraggio di vivere, quello, ancora non c’è

 

I giardini di marzo si vestono di nuovi colori

E le giovani donne in quel mese vivono nuovi amori

Camminavi al mio fianco ad un tratto dicesti: “tu muori”

Se mi aiuti son certa che io ne verrò fuori

 

Ma non una parola chiarì i miei pensieri

Continuai a camminare lasciandoti attrice di ieri

 

Che anno è, che giorno è?

Questo è il tempo di vivere con te

Le mie mani, come vedi, non tremano più

E ho nell’anima…

In fondo all’anima cieli immensi, e immenso amore

E poi ancora, ancora amore, amor per te

Fiumi azzurri e colline e praterie

Dove corrono dolcissime le mie malinconie

L’universo trova spazio dentro me

Ma il coraggio di vivere, quello, ancora non c’è

 

 

Autore: Giulio Rapetti, Lucio Battisti, Mogol

Cantante: Lucio Battisti

 

L’editoriale di questo mese lo “cedo” virtualmente alla Signora Paola Massari, moglie di Claudio Baglioni, che ha indirizzato questa lettera alla rivista Rolling Stones Italia, dopo che su quelle pagine si era provveduto ad una riabilitazione postuma, buonista e fighetta del cantautore romano.

Claudio Baglioni, come anche molti altri artisti come il mio mito Lucio Battisti, sono stati per troppo tempo snobbati e non considerati da chi gestiva politicamente la critica e la stampa in Italia.

Ne viene fuori un atto d’accusa per quaranta e passa anni di intellettualismo radical chic che mi ha fatto sempre vomitare.

Da leggere se siete stati come me fan di Lucio ma anche se volete farvi un’idea di che cosa è stata ed è la cultura dominante in questi ultimi sessant’anni in Italia… cultura rigorosamente a senso unico, con buona pace di chi non si è mai omologato e di chi, ingiustamente come Lucio Battisti e molti altri, è stato volutamente snobbato.

Eh no, cari polverosi pennaioli, coevi ingloriosi dei gloriosi anni 70. Portabandiera dei detrattori, d’un colpo folgorati e redenti. Quelli per i quali la dignità del sentimento si riduceva a banale sentimentalismo. Quelli che, o si trombava nelle stanze fumose delle aule occupate, o si era mentecatti romantici. Quelli per cui interpretare la vita senza l’ausilio di uno slogan preso in prestito dalla eco della piazza, relegava la reputazione al marchio di una mosceria giuggiolona e disimpegnata.

Non se la caveranno così quei campioni dell’ impegno politico confuso con la materia inclassificabile dell’arte che vi fece ridurre Baglioni ad un cazzone inadeguato al suo tempo e alla sua stessa intelligenza.

Non è con un’autoassoluzione improvvisata che si possono buttare in caciara anni di ostilità estesa a buona parte della stampa, che tradì e offese, osteggiandola, un’anima di raro spessore. Un prodigio che ancor oggi vi è ignoto e che nemmeno meritate di apprezzare, aggrappati per imbarazzo e convenienza ad una postuma, tardiva revisione.

Lasciatelo stare Baglioni, che quella censura la patì in silenzio, da grande uomo e grande artista, sufficientemente defilato e sicuro della sua cifra giacché, estraneo com’era al compiacimento, ben sapeva di aver semplicemente avuto in prestito il privilegio di un talento da tradurre in sostanza destinata ad un pubblico in ascolto. E ad esso consegnata.

Non è con questo tono pacificatore spolverato di paraculaggine che tutto si archivia in barba alla memoria. Fu puro bullismo ideologico. L’esercizio di un vizio atavico e asservito alla pochezza. Estraneo al pensiero libero.

Li ricordo tutti, uno per uno, i giornalisti che infierivano impietosi, mentre nel contempo esibivano uno spudorato pregiudizio favorevole riservato agli eletti sdoganati da un battesimo politico, quando affermavano serenamente e pubblicamente cose del tipo: “Del disco di De Gregori parlerò bene pur senza averlo ascoltato”, mentre quello di Baglioni veniva stroncato a scatola chiusa.

Quelli che perfino anni dopo, a conferma della sclerotizzazione di uno stereotipo iniquo, intervistando me in occasione dell’uscita del mio disco, pur verificando che anche i passerotti hanno un cervello pensante, mi dicevano: “mi hai stupito, non credevo fossi una persona così interessante, ma sappi che non parlerò bene di te, perché sei pur sempre la moglie di Baglioni.”

Date retta, restate lì, a gravitare nei vostri mercenari, stantii incastri, oggi che obbedienti alla pressione di un necessario adeguamento, vi confessate come semplicemente frenati, allora, da un pudore innocente, che era invece pura, mirata, compiaciuta denigrazione.

Non ci si sdogana con un mea culpa postumo pur di non restare fuori dal girotondo di un consenso unanime che vi condannerebbe al silenzio.

Ora che le cose si sono capovolte ( sebbene non era necessario arrivare fin qui, se non per voi), non fate che reiterare la vostra opportunistica omologazione. Senza peraltro rinunciare a ricordarci che gli eletti erano e restano altri.

A voi cui non è mai piaciuto, e che ora fingete di aver occultato per pudore l’imbarazzo per quel malinteso mondo poetico, ignorato nelle velature di lucido realismo, nello sguardo secco, acuto e penetrante sulle rughe della vita, è più consona la coerenza di quella discriminazione.

Chi non capì Baglioni allora si accontenti di non capirlo oggi. Senza rimedi di comodo. La dimensione della creatività non conosce mode né tempo, salvo che per i ritardatari o i disonesti.

Lo stesso fraintendimento che oggi vi predispone all’allineamento.

Restate dunque a gravitare in quel pregiudizio anacronistico e nel danno causato all’arte prima che all’artista.

Risparmiategli la riabilitazione e occupatevi piuttosto della vostra.

Restate lì, nella nicchia compiaciuta delle menti eccelse, a crogiolarvi nella presunzione settaria ed ottusa che di esclusivo ha solo il suo stesso limite.

Del resto, se chi scrive, incontrandolo a sedici anni, ebbe la netta sensazione di aver sfiorato un brandello d’infinito, qualcosa di straordinario doveva pur averlo, Baglioni.

Il revisionismo è la costante metafora dell’opportunismo.

L’arte è altro. Del tempo non tiene il conto, ma governa sovrana la misura dell’eterno”.

 

Scrivetemi pure, come sempre, senza remore a

 

abassanelli@fedeltadelsuono.net

 

Buona musica e avanti tutta!

 


 

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